Effetto Domino in Reverse

La gente comune

comune

In sintesi: mettiamo che gli elementi fossero tre. , l’Opposizione e . Poi possiamo fare tuuuutti i dibattiti dove ognuno in fondo bada solo a non sembrare scemo ( compresa) e tutto diventa un’opinione. Ma, invece che finire come Fantozzi davanti a tribuna politica in tv, potremmo convenire che: con un Governo così, solo una Opposizione connivente, consapevole di una società civile () immobile, può fare, come dice a PG, “l’vaso de coccio in mezzo ai vasi de ferro” e aspettare (come aspetta e , dopotutto). Da qui l’inevitabile dall’alto verso il basso. che potrebbe anche partire dal basso, ‘na volta tanto, e travolgere tutto. Altro che crisi mondiale che fa salire il prezzo del pane e del latte. Forse come Gente, siamo un popolo che ragiona meglio a pancia vuota che a pancia piena.

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Per favore compra il mio cd: la futilità del vendere musica

In natura

In natura

Ieri (o meglio qualche mese fa, ma l’aggiornamento del blog è in differita, tipo la differita tra pensare una cosa e metterla in pratica) ho scritto sul Myspace degli Sdemoika. Mi dicevano che abbiamo stili differenti. Ho ribattuto che ascoltavo punk et consimili, ma ho smesso perché non trovo più un gruppo genuino che parli di cose che accadono realmente. I musicisti hanno smesso di farsi cantori della rivoluzione,  hanno smesso di parlare di realtà.  Salvo spiagnucolare perché nessuno li ascolta o paga.

Traduco alla buona questa cosa trovata in rete (Rhodri Marsden ne è l’autore). Parla di sfighe musicali, di mercato, ma soprattutto di perché si suona. Non si suona per vendere è la risposta.

“Il mio ultimo è stato nel 1991. Eravamo i supporter dei 14 iced Bears, e se non avete mai sentito nominare i 14 iced bars, dovreste poter capire quanto monumentalmente insignificanti fossimo noi.
Una cosa ricordo bene: il nostro chitarrista con le copie dei nostri in mano che seguiva le persone a fine urlando: ” per favore, comprate i nostri , P-E-R F-A-V-O-R-E comprate i nostri ”. La scena era talmente patetica da avere un suo valore di commedia. Avremmo avuto bisogno di distribuzione, ma nessuno ci distribuiva, come sconosciuti, perché dicevano che non avevamo pubblicità. Ma nessuno ci faceva pubblicità, perché nessuno ci distribuiva. Non è che le cose vadano molto meglio ora, nel 2008. Possiamo sbandierare i nostri 2379 amici su myspace, alcuni dei quali hanno postato un incoraggiante “thnx 4 the add”, ma nessuno di loro è preparato a tirare fuori uno spiccio dalle tasche o dal proprio Paypal per il nostro solito sbatterci. Affrontiamo la cosa: sono “Amici”, ma nessuno di loro è un nostro fans. Può parlare quanto vuole Jonathan Coulton, citato spesso come uno dei re dei musicista “Fai da te”, che ha passato gli ultimi 18 mesi spedendo per 6-8 ore al giorno auguri di compleanno a pre-adolescenti del Wisconsin, credendo di fare del vigoroso social-network e sperando di avere i loro soldi in cambio. Personalmente, credo che non ci sia niente di più noioso e avvilente per l’anima di un musicista. Come è avvilente ascoltare o delle storie e i miti di google adwords, mirabolanti video su youtube, ecc. ecc.
Preferisco ascoltare le storie di chi ha rimediato un in uno stabile a parigi malmesso, sofferto di un elettroshock a causa dell’impianto tramite l’asta del microfono, essersene uscito dallo stabile tra le urla della gente, avere urtato con la testa lo sportello del furgone, mentre il promoter scappava col mixer sottomano imprecando contro la società di noleggio dell’impianto, e in quel momento aver capito che ogni possibilità di essere pagati era svanita, aver incrociato lo sguardo attonito degli altri del gruppo e aver incominciato a piangere. Queste sono le storie che mi piacerebbe rccontare di me come musicista, e francamente queste sono le storie che mi piacerebbe ascoltare da altri! La più grande funzione della musica, da sempre, non è la sua capacità di fare soldi, ma di unire . Vero è che senza riuscire a tirarne fuori i soldi, è un hobby molto costoso, ma unisce con un potere e un fascino unico.

E comunque, perché inseguire malamente i soldi, se poi tutte le band che ci sono arrivate ne sono state inevitabilmente rovinate? Molti generi sono alimentati da gente che non può permetterselo, ma continua incessantemente a farlo, e quelli  ossessionati dal far soldi stanno perdendo del tutto l’occasione di far parte del lato più buono della cosa.

Una strisciante povertà è ciò che spinge avanti la musica. Funziona solo se sei al verde. Non ti sentirai mai tanto vivo come al momento che avrai esaurito tutto il credito per imbarcare il tuo gruppo nel traghetto per una data inaspettata a Antwerp. Seriamente. E’ come le biografie delle band. La cosa più interessante sono gli inizi, capisci, l’orrore, i concerti del cazzo per poca gente, sul punto in cui l’insensatezza del tutto sta per seppellire il gruppo.
Il momento in cui arriva il lusso smetto di sempre. Perché la passione è sparita, da quel punto in avanti.
Quindi, potesse sentirmi qualcuno, io direi di non preoccuparsi di internet, della pirateria, di vendere copie. Mettete tutta la musica online gratis, cedete gratis le vostre composizioni, e dite alla gente che sono lì. Magari, qualcuno prenderà un vostro pezzo e lo metterà nel suo blog. Non vi arrabbiate, invece che lamentarvi per aver perso 20 dollari con 20 download gratuiti, siate contenti di avere 20 ascoltatori. Concepisci la tua musica per essere usata, piuttosto che venduta. E soprattutto dedicati al resto che avviene in una band: , provare, esibirsi, stabilire relazioni con le altre band, girare in pulmini, farsi fare incredibili pompini. Perché seriamente, è molto più divertente un pompino dopo un che aver venduto un . E ricorda, solo perché la tua musica non produce denaro, certamente non significa che non abbia valore.

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Varicella a Natale

Piccoli lamponi, rossi d’ira e isolati, oppure disposti intorno ad una polla di crema sul punto di lacerarsi. Ex-bubboni ridotti a crateri con un nucleo nero ancora provato dallo scempio, pianto da goccioline di pus da disinfettare.

Poi “crisi, crisi, crisi, crisi” che ha preso il posto di “buon ” nei tamburi dello schermo. Un Babbo tinto di moro e raso di fresco si stappa una Coca prima di servire l’amaro tacchino, l’altro compare che si finge il prostrato alter-ego, cogitabondo e responsabilmente triste. Il gatto e la volpe della politica per bambini di 10 anni. Non ti piace il Gormito col ghigno e  il vestito blu? Abbiamo quello col braccio a sega, il sorriso all’ingiù e il mantello verde. Vecchi di un vecchio che non ha manco tradizione, vecchi senza vecchiezza, rami secchi in poliestere invece che legno. Non stanno capendo che il loop della televisione è finito, che le bugie hanno gambe corte e la pazienza è al tracollo. Direi che il lancio di monete è dietro l’angolo, e non saranno monete. Passo dal medico e le ricette sotto alle lettere riportano tante X come le schedine, leggo Xanax dappertutto.  La solita canzone di Rino Gaetano, che stavolta canterebbe di figuranti vecchi come la linea adsl, da percosse come Windows Vista, insulsi come è insulso fornire soluzioni che la vita la complicano, promettendo di migliorarla. Finiti come il mercato delle auto a benzina e gasolio, il digitale terrestre, il sito di Poste italiane e dell’amministrazione pubblica, la truffaldina Telecom o Vodafone, il sistema di prenotazione di trenitalia A/R che via mail ti manda la ricevuta di sola andata, facendoti passare da ladro al caro prezzo dei biglietti di ora.

Tutto sa di un enorme carro riempito di merda sotto gli stracci di Juta.  Come ci si doveva aspettare, il carro non supererà gli astanti nell’indifferenza generale, anzi è pronto a cedere sotto il peso, le assi a schioppare e riconsegnare a tutti merda a profusione. La porta di questi sentori da tragedia fine secolo, insieme ai tremori della febbre. Ai lati delle gengive il sangue delle bollicine in gola sa di qualcosa di vero, greve, quasi dimenticato.

Il sangue alla bocca. Letture che sanno di sangue e malattie veneree. Baudelaire e la sua donna di convenienza Mme Sabatier, corteggiata, posseduta, amata e assillata: lui alla ricerca del simulacro perfetto, lui “arte come promessa di bellezza senza fine” e lei bellezza di carne bianchissima, con un sorriso per ogni amante. Lui un uomo pronto a indebitarsi, possedere e poi distruggere in lei (e quindi salvare) la morale dell’abiurazione dei sensi, lei un sorriso che consola e sfugge. Lei malamente apostrofata “vivandiera di fauni”, lui infine malattia, mancanza di denaro, ascesa e discesa sempre più repentine. E poi lui tre giorni nel bordello, gli ultimi soldi destinati ad essere investiti nel proprio mestiere che le scrive: “Dopo una notte di piacere e desolazione, la mia intera anima appartiene a voi”.

Così sia, consegnamo le nostre anime sfinite allo sfacelo dell’.
Sul presepe niente neve spray, c’è da riciclare il talco usato per le pustole.
Sarà un 2009 tremendo, quindi vero, quindi bello.

M.

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Talking about Letteratura

il segreto è semplicemente avere delle cose da dire…
ora è passata l’idea che avendo il mezzo si può dire e di tutto.
Ma non è così. Non si scrive per celebrare una intelligenza limitata al progettare o commentare sagacemente accadimenti, e non si scrive per riscuotere pacche per il proprio ego et intelligenza. Leggendo la prefazione italiana di La linea d’ombra si parla proprio del scrittore. Formalmente immaturo, intricato, è un oratore che scrive. Ma prima ancora, è un uomo di mare. Uno che racconta cose viste e vissute.

I nostri nonni pure raccontavano quelle 2 o 3 storie sentite, viste e vissute. Cose abbastanza importanti, infatti la tradizione orale di successo ha secoli di vita, i post un filo di meno. Ah, i nostri nonni scopavano lapperl’aia di casa, vedevano crepare i propri cari sapendo che era inutile prendersela con l’internista o il medico di famiglia, bevevano 1 litro di vino al giorno, lavoravano il giusto (meno ore di noi probabilmente) e ci hanno lasciato la casa dove abitiamo e la terra che calpestiamo, scannando tedeschi o aspettando che si sistemassero le cose in qualche bosco.

Nella raccolta di minimum fax “English blend”, gli autori si autolimitano nella forma, auto imponendosi di non utilizzare mai espressioni come “si accese nervosamente una sigaretta”. Perché ci si accende una sigaretta nervosamente solo nelle fiction di Raiuno.
Nella vita reale al più può capitare di accendersi una sigaretta in auto mentre si esce per andare a pagare il dentista e dire “maporco**io” con due D, mentre si scopre che è quasi finito l’accendino.

Ah, e non parlo solo di , parlo anche di . Che senso ha consigliare un libro perché “è bellissimo”? Mica si legge per star bene. Non va bene manco “A me è piaciuto moltissimo”. Un libro non è un divano. Non si consiglia “Viaggio al termine della notte” neanche al peggior nemico, perché è un libro che porta la parola scritta fino alla nausea fisica, squarcia il velo definitivo della vita e getta il lettore dal dirupo dell’immane non senso  del vivere la cruenta modernità.
Come consigliare un frontale.

Quindi, se volete o per davvero, uscite, camminate, respirate, scopate, rovinatevi, “Bevete vino e siate gioiosi” (stampa d’epoca che ho a casa con 2 giovani del tempo che corrono tra le vigne), tradite in primis voi stessi, il vostro fingervi funzionali e credere furiosamente che questo vi salverà. Violentate il vostro sperare e intrattentetevi amabilmente col vostro illudervi più cialtrone, perdeteci tempo e sopportatene la deriva moralista che vi pungola nel frattempo. Battete le strade della misera vita e delle amicizie non utili con avidità, annotate da qualche parte i nomi delle persone che sarete riusciti a traviare e segnate 2 per quelle che vi hanno detto “M’hai rovinato la vita deficente!”, o di cui ne avete peggiorato l’esistenza palesemente, nel breve periodo. Ridete e vivete vicino ai pochi personaggi pericolosi ancora vivi intorno a voi. Magari se vi rimane tempo scrivetene, perché se vostro nonno è ancora in vita magari ha una storia più ganza delle discettazioni che si leggono nei blog come questo.

Michè

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AMORE A TRE

Questo è il testo di uno dei nostri nuovi 4 pezzi. Ha risentiro delle circostanze e soprattutto delle cose che leggi o ascolti o vedi che incredibilmente paiono parlarti proprio delle circostanze del momento. Parrebbe che le canzoni e gli scritti scelgano il momento giusto per dispiegare tutto il loro senso. “Epica minima” di Stefano Zuccalà, pescata nel blog di Humpty Dumpty (http://bromide.splinder.com/?from=40) ha un suo ruolo nella stesura di quanto segue. Ci è piovuta addosso al momento giusto.

Tesoro non son degno
di guardarti in faccia
saprò farmi bastare
la tua visione dalla schiena
lascio i miei problemi
dov’erano fino a ieri
un altro passo almeno
senza chiedere

Dissolvenza in nero
il vero delle vene
è nell’oscurità
che avrai parole nuove?

così ci chiameremo salvi?
così saremo persi?
così siamo redenti?
così noi siamo verità?

Così noi rinunciamo
alla nostra tragedia
di uomini ridicoli
marci di pensieri pratici
se togli cibo alla tua fame
se togli senso ai nostri nomi
dimentichiamo cosa
di giorno inutilmente siamo

Dissolvenza in nero
il vero del sesso
che cosa diventiamo
quando al buio ci scopiamo?

così ci chiameremo salvi?
così saremo persi?
così siamo redenti?
così noi siamo verità?

Qui nessuno trova e nessuno cerca
scommetti la tua integrità con niente in cambio?
Qui nessuno spiega cosa scegliere
consola la tua fame

Depositate la condanna
Depositate la condanna
accanto alle nostre ossa
l’accoglieranno in pace…

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Spiro Agnew non era un filosofo greco ma un evasore fiscale e un razzista, e neanche noi siamo poi così pulitini.

“Paura e disgusto a Las Vegas”, Il libro di Hunter S. Thompson da cui il - quasi - omonimo film, citava continuamente ’sto Spiro Agnew, insieme ad Horatio Alger, insieme a una caterva di altri noti, alcuni poi omessi dall’editore del tempo. Motivo per il quale ho ben deciso di smettere di consultare le note finali per  scoprire chi fossero, convinto si trattasse di filosofi greci naturalizzati dall’autore (tipo Descartes, nevvero?), nati tra la Libia e la poposotamia (la chiamavano così sui Topolini?). Invece scopro solo alla fine del libro che  era niente meno che il vice di Nixon, il “33° vice-presidente degli stati uniti d’america”, come se dice.

Mi era perciò sfuggita la presa per il culo di Spiro da parte di Thompson. Ogni volta che Thompson parlava del suo personaggio, facendolo sentire protetto e pasciuto “come Spiro”, era evidente l’accusa di corruzione e tornaconto personale al ben più potente alterego del tossicomane. Il bello è proprio questo: il personaggio principale, nella sua condizione continuamente alterata, nei momenti di beatitudine, di auto conforto psicologico, spesso derivanti da nuove assunzioni o becere vendette e ritorsioni dialettiche contro banconiste e cameriere, dichiara di sentirsi di un bene porco, di sentirsi “come ”.

I poliziotti vengono invece sempre denominati “Maiali” da Thompson. Quindi, se c’è da introdurre una nuova scena, tipo la convention delle forze dell’ordine di , la relativa attendance viene descritta come “piena di Maiali”. Non c’è mai spiegazione su perché i poliziotti vengano appellati così o perché un tossicomane dica di sentirsi come , magari dopo aver preso etere sottobanco da una farmacista o aver terrorizzato un autostoppista.

Tanti sono i nomi omessi dall’editore di Thompson nel libro. Ma non è sui nomi (che Thompson aveva pedissequamente riportato) ma sull’operazione dialettica di Thompson, che cogitavo giorni fa. Pensavo al come. Io scommetto che ogni buon patriota italiano (patriota nel libro ha una sua precisa connotazione semantica, che si può ben immaginare) al posto di Thompson avrebbe pensato:

1) Subirò ritorsioni per questo?
2) Sopporterò con la mia dialettica, la mia cultura, la mia posizione, la mia grammatica infine, un’eventuale reazione degli interessati?

Non lanciamo mai il sasso. E il peggio è che evitiamo non solo per , ma perché crediamo che almeno dovremmo essere migliori di chi riceve questo nostro presente sui denti. Inconsciamente ci chiediamo: ce la posso fare? e (BEN PEGGIO): è giusto farlo, chi sono io per dire a tizio e caio che fanno schifo? Le cose perdono quindi sapore, anche il sapore di quando ci si sente cattivi. Cattivi e basta, ovvio, senza dover passare per dei temibili detentori del giusto. Il prossimo post mi piacerebbe riportare un simpatico scambio di mail con un editorialista di Repubblica, finito con il sottoscritto redarguito per l’omissione di accenti sulla forma negativa del “ne”, e il giornalista accusato (da me, probabilmente me so’ pure sbagliato, ma almeno m’ha risposto) di aver cannato un congiuntivo.

Il primo buon patriota italiano che contesta posizione, merito, occasione, grammatica, conto in banca, pensiero politico (o assenza di), mio o dell’editorialista di Repubblica, vince un proiettile tra i migliori della collezione privata di Thompson. In faccia, ovvio.

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“E’ inutile visitarli perche’ se ne hai visto uno, li hai visti tutti”
  sui ghetti neri, negli anni di vicepresidenza. Vale lo stesso per i miliardi di blog presenti in rete? Possiamo fare di meglio?

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R.E.M. a Perugia e Vincenzo Agnoletti a cena

Foto di Robbie, cercalo su Perugialife.it

Foto di Robbie, cercalo su Perugialife.it

ma prima di tutto:
marco scrive: voglio scambià il musicman con un precision.
me ce pensi te ?
michè scrive: non farlo, tienilo e compratelo il precision
marco scrive: sie
michè scrive: scambia la multipla per una 127.
Co’ la differenza ce compri il precision e un ampli grosso!


Questa capacità di inglesi e americani di salire sul palco e non essere ne timidi ne montati, ma naturalissimi”
Giusto Emme. Dovessi dire dei REM a , lasciando a Fedo e gli altri su PGlife la giusta recensione musicale e a Robbie le ottime fotografie (pure questa grande presente qui a sin.) parlerei di questo. Direi che mi ha colpito il loro essere “ingenui”. Magari era la chimica di tutta la serata. L’erba secca del prato che reclamava i piedi nudi. Le facce beate e sconsolate di chi faceva la fila per le birre scialite di Umbria jazz. Il cielo bluissimo e terso che lasciava spazio alle luci del palco, salutato dai peana degli Editors. Il vento che pareva arrivare dopo aver carezzato tutta l’erba secca e verde dell’umbria (e qualche cannetta). La sacrosanta legge dei festival estivi: mannaggia ai pesci, questa è vita, altro che uffici e scuole e futuro e piani e cose che vanno a puttane e cose che chissà se vanno e altre che vanno giusto perché se reggheno con 27 stampelle.
Eccoli, loro lì e noi a far festa sotto, come ci viene bene. Loro sanno il fatto loro e noi anche abbiamo una certa esperienza, su come far filare la serata nel buio, tra migliaia di altri corpi tornati umani e pronti a celebrare. Questi tizi fanno tutto semplice: si sbattono quando è l’ora, tornano seri, giocano, eseguono precisi, tutto. Fanno tutto. Fanno i R.E.M.? Sì e no, spocchiosi no di sicuro. Diciamo giocano tutto il repertorio da star con una certa modestia e naturalezza. Suonerebbero in giacca anche al pub sotto casa, che per loro suonare è sempre suonare. Sofisticatamente genuini.

Come rincasare e scoprire di avere Vincenzo Agnoletti che ha preparato tutto. Che ti serve la cena a casa e ti chiede “Tesorì, te dispiace se m’accendo ‘na sigaretta a tavola?”. Non puoi che acconsentire e chiedere di rimando: “Ma scherzi Vince’? Fai, fai, vado di là a pija le ciabatte, se mi permetti”

Michè

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